Le ragioni del Museo dell’Arte del Vino

Chi legge più Zanella, che canta la generosità della vite, rendendole onore e addirittura
sostenendo di odiare la gloria dell’alloro, che avviluppato nell’intatta veste, verdeggia eterno.
Quel sempreverde è egoista, crudele, con le sue bacche splendide che non arrecano
nutrimento né agli animali né agli uomini. Il poeta ama invece la vite, perché dopo aver donato
i suoi frutti “piange derelitta su una ventosa balza”, commiserando l’altrui dolore con le sue
chiome sciolte e chinando il capo. Merita perciò la lode dal vecchierello che si asside al fuoco:
“tien colmo un nappo”, il liquore della vite gli cade sul mento, perché gli trema il braccio e
dopo aver goduto di quella bevanda che gli scalda il cuore, sogna floridi pascoli e ricche
mietiture; quindi in quella visione, sorride contento. Questo quadretto è molto incisivo e
rende omaggio al vino della speranza, che allieta il cuore di chiunque goda dei doni di Dioniso,
che a Roma, siccome l’ebrezza scioglie i piedi dei danzatori e li invita a saltare, era chiamato
Iaccus, Bacco.
Il vino allevia la durezza della fatica, rallegra il convivio, esalta la gioia della festa ed ogni
brindisi è un inno alla vita. Ce lo ricordano i lirici greci, che come Mimnermo, invitano nel
solleone della mietitura a bagnare i polmoni di vino, mentre l’astro ruota intorno e fiacca la
testa e le ginocchia di chi, curvo sulla schiena, lavora con la falce.
Coppe colme di vino novello o stagionato, danno vigore ai versi di Saffo innamorata e di
Solone sapiente; ed è fin troppo vasta la magnificenza delle citazioni, che si ritrovano nella più
nobile poesia latina, dalla commedia di Plauto, all’epica di Virgilio, cantore della stirpe di
Roma, poeta della vita pastorale e di quella degli agricoltori che santificano la fecondità della
pace di Augusto. Splendide, nella loro capacità di confortare i giorni di tutti e di liberare la
mente dalla tristezza, sono le coppe colme del vate Orazio. Dalle sue citazioni, apprendiamo la
profonda conoscenza dei vini più pregiati e degli effetti desiderati: dovevano produrre su chi,
liberando la mente dai presagi con dolci sorsi di oblio, solo così poteva imparare a non
perdere nulla della gioia di cui la vita è sempre parca.
Che dire poi dei vini con i quali brindavano Catullo e i poeti novelli, i cui versi avevano il
sapore dei nettari novembrini, spillati a San Martino. E poi ci sono i vini della sacralità, quelli
della medicina, quelli dell’amore, quelli che suscitano ricordi e fanno vagare la mente in
traccia di giorni perduti, mentre altre coppe, arricchite di rimedi pietosi, come quelle che
Elena offre a Menelao e Telemaco, alleviano la pena per la gioventù trascorsa e per gli amici
perduti.
I grandi musicisti ci invitano a brindare nei lieti calici che suscitano l’ebrezza, a tracannare i
bicchieri colmi del vino generoso che dà coraggio, quelli nei quali si annega il rimorso e
perfino quelli che rendono furioso l’odio: è sempre vita, anche quella che, esce dal mondo,
viene commemorata con sacre libagioni.
Per chi ha vissuto pagine di grandi autori della letteratura, nelle quali si sorride alle grandiose
bevute di Gargantua e Pantacruel, si disprezzano gli ubriachi che offendono il vino e suoi
misteri, tracannandolo smodatamente e si ironizza sulla miseria di chi ama troppo le brocche
di vino e, per mancanza di denaro, è costretto a bocca asciutta, è vasto il repertorio dei
riferimenti ai quali si può attingere a piene mani. Nessuna Musa ha disprezzato o posto in
disparte i miti del vino e i doni di Dioniso, Bacco e Lieo, che appunto allieta. Le arti visive, la
scultura, la pittura, il segno, hanno percorso la vasta panoramica dei vini di ogni occasione e ci
hanno sollecitato all’approfondimento interpretativo, per cui, in belle prove di ermeneutica,
non ci siamo sottratti all’invito. Bacchi, Bacchini, pampini, sileni e menadi non ci sono estranei
nelle attenzioni che poniamo ai grandi artisti di tutti i secoli che, tra l’altro, ci hanno anche
fatto meditare sulle storie del vino del tradimento. Il vino dell’arte non può mai essere
disgiunto dall’arte del vino, con la quale il viaggio è di perfetta intesa, perché per amore si
muovono i passi nella medesima direzione. Il nostro concetto di Museo del Vino, il MAVV, è

quello di un punto di riferimento che riserva particolare attenzione ai valori delle due arti, che
rischierebbero una riduzione di senso, se non scaturissero l’una dall’altra come la gallina
dall’uovo.
Abbiamo giocato a sintetizzare e, ci sia consentito di attingere al cantore del Guarracino,
piccolo pesce innamorato, quando, dopo aver descritto passioni, gelosie, battaglie furibonde
tra le onde, avverte di avere la gola secca e, mancandogli il fiato, esprime il desiderio di
consolarsi con un bicchiere, anche di modeste dimensioni, ma colmo di quello buono.
Angelo Calabrese